Introduzione: lo Yoga, il Kriya e la Fisica
I Guru del Kriya Yoga
Tre eventi fondamentali
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Lo Yoga
 

Lo Yoga è una scienza senza tempo, basata su regole che si sono stabilite dalle consuetudini e sviluppatasi nel corso di migliaia di anni, che si occupa del benessere fisico, morale, mentale e spirituale dell'uomo nel suo insieme. Il primo libro per ridurre a sistema questa pratica fu il trattato classico degli Yoga Sutra (o Aforismi) di Patañjāli che risale al 200 a. C. La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita "Yug" che significa unire, legare assieme, aggiogare, dirigere e concentrare l'attenzione di, usare ed applicare. Significa anche unione o comunione, ed è la vera unione della nostra volontà con quella di Dio; implica quindi disciplinare l'intelletto, la mente, le emozioni e la volontà. Significa equilibrio dell'anima che rende capaci di guardare alla vita uniformemente in tutti i suoi aspetti.

Lo Yoga è uno dei sei sistemi ortodossi della filosofia indiana. Esso fu messo assieme, coordinato e ridotto a sistema da Patañjāli, nella sua opera classica, lo Yoga Sutra, che è composto da 185 aforismi. Nel pensiero indiano, tutto è permeato dallo Spirito Universale Supremo ( Paramātmā o Dio) di cui lo spirito umano individuale (jivātma) , ne è una parte. Il sistema Yoga è così chiamato poiché insegna i mezzi con i quali lo "jivātma" può essere unito, o entrare in comunione con il "Paramātmā", così da assicurare la liberazione (moksa). Colui che segue il cammino dello Yoga è uno "yogi" o "yogin". Quando la pratica dello Yoga placa l'agitazione della mente, dell'intelletto e dell'io, lo yogi con la grazia dello Spirito in lui, trova completo appagamento. Cosi conosce l'eterna gioia, che è al di là del confine dei sensi e che la ragione non può affermare. Rimane in questa realtà e non si allontana da essa. Ha trovato il tesoro al disopra di tutti gli altri. Non vi è niente di più alto di tutto ciò. Colui che lo ha capito, non può essere toccato dalle maggiori sventure. Questo è il vero significato di Yoga - una liberazione dal contatto col dolore e con la sventura -.

Come un diamante ben tagliato presenta molte sfaccettature, ognuna delle quali riflette un diverso tono di luce, così la parola Yoga, con ciascuna sfaccettatura riflette una diversa ombra di significato e rivela aspetti differenti dell'intera gamma dello sforzo umano diretto al raggiungimento della pace interiore e della felicità. La Bhagavad Gitā, il testo sacro di maggior riferimento per questa disciplina, fornisce varie spiegazioni sul significato di Yoga e dà molta importanza al Karma Yoga, lo Yoga che si attua con l'azione, dicendo:

'Solamente il lavorare è tuo privilegio; sii libero dall'attaccamento ai frutti che ne possono derivare. Non fare mai in modo che i frutti dell'azione siano il tuo movente, e non smettere mai di lavorare. Lavora nel nome del Signore, abbandonando i desideri egoistici. Non essere incline al successo o al fallimento. Questo equilibrio si chiama Yoga.'

Lo Yoga è stato anche definito come saggezza, armonia e moderazione nel lavorare o abile modo di vivere. Lo Yoga non è per chi mangia con troppa ingordigia, né per chi muore di fame. Non è per chi dorme troppo, né per chi sta eccessivamente sveglio. Lo Yoga distrugge ogni dolore e pena con la moderazione nel mangiare e nel riposare, regolando le attività ed armonizzando il dormire e il vegliare. Il Kathopanishad descrive lo Yoga nel modo seguente:

'Quando i sensi si sono calmati, quando la mente riposa, quando l'intelletto non tentenna - allora, dice il saggio, il più alto stadio è raggiunto. Questo costante controllo dei sensi e della mente è stato definito Yoga. Chi raggiunge tale controllo è libero dalla delusione.'

Per vincere una battaglia, un generale esamina il terreno e il nemico, e prepara i suoi piani in funzione di essi; in un modo simile lo yogi progetta la conquista di sé stesso.

 
Maestro e discepolo
 

Lo studio dello Yoga non è come quello che porta gli studenti al conseguimento dei loro titoli di studio nel minor intervallo di tempo. Gli ostacoli, le avversità e le tribolazioni nel cammino dello Yoga possono essere eliminati in gran parte con l'aiuto di un Guru (la sillaba "Gu" significa oscurità e "ru" significa luce). Soltanto un "vero" Guru illuminato è capace di eliminare l'oscurità e guidare i discepoli alla luce. La concezione di un Guru è molto profonda e significativa: non è soltanto una guida normale, ma è un maestro spirituale che insegna un modo di vivere, e non semplicemente come guadagnare i mezzi per sopravvivere. Trasmette la conoscenza dello Spirito e colui che riceve tale sapere è un Śisya, un discepolo. Il rapporto che esiste tra un Guru e un Śisya è molto particolare ed è più completo di quello tra genitori e figlio, tra marito e moglie o tra amici. Un Guru è libero dall'egoismo e guida con devozione il suo discepolo verso lo scopo finale senza alcuna attrattiva di fama o di guadagno. Mostra il cammino verso Dio e osserva il progresso del discepolo, guidandolo lungo quella strada. Ispira fiducia, devozione, disciplina, profonda comprensione ed illuminazione attraverso l'amore. Avendo fede nel suo allievo, il Guru si sforza per vedere se questi rende propri i suoi insegnamenti. Lo incoraggia a fare domande e lo spinge a conoscere la verità con domande ed analisi.

Un Śisya deve possedere i requisiti necessari per raggiungere vette più alte e deve avere fiducia, devozione e amore per il suo maestro. Esempi perfetti dei rapporti fra un Guru ed un Śisya sono quelli di Sri Krishna e Arjuna nella Bhagavad Gitā e di Paramahansa Yoganada e Sri Yukteswar, due tra i più perfetti kriya yogi dell'India moderna. Arjuna e Yoganada raggiunsero la "Luce" con l'acutezza della loro mente, con il loro ardore e il loro spirito desideroso di sapere. Il Śisya deve essere avido di conoscere e possedere spirito di umiltà, perseveranza e tenacia nel proposito; non deve andare dal Guru senza interesse. Deve possedere una fede dinamica e non si deve scoraggiare se non può raggiungere il suo scopo entro il tempo da lui prefisso. Occorre molta pazienza per calmare la mente inquieta che è piena di innumerevoli esperienze passate e di samskāra, cioè il residuo accumulato di pensieri ed azioni passati. Ascoltando semplicemente la parola del Guru non è possibile al Śisya assimilare gli insegnamenti. Questi dovrebbe sopra ogni cosa amare ed avere moderazione ed umiltà. L'amore genera il coraggio, la moderazione crea l'abbondanza e l'umiltà il potere. Il coraggio senza amore è brutale, l'abbondanza senza la moderazione conduce invece ad eccessiva indulgenza e decadimento ed il potere senza l'umiltà comporta arroganza e tirannia. Il "vero" Śisya impara dal suo Guru un potere che non lo abbandonerà mai poiché egli ritorna al primevo Dio, la Fonte del Suo Essere.

 

Gli stadi dello Yoga
 

I mezzi corretti sono altrettanto importanti del fine. Patañjāli enumera tali mezzi come gli 8 arti o stadi dello Yoga nella ricerca dell'anima. Essi sono:

 
  1. Yama - ( le 5 proscrizioni - i comandamenti morali universali)

  1. Niyama - ( le 5 prescrizioni - l'auto purificazione con la disciplina)

  1. Āsana - (corretta posizione)

  1. Prānāyāma - (controllo ritmico del respiro per il controllo della forza vitale o prana)

  1. Pratyāhāra - (controllo ed emancipazione della mente dal dominio dei sensi e degli oggetti esteriori)

  1. Dhārana - (concentrazione, tenere la mente su di un solo pensiero - la gemma)

  1. Dhyāna - (meditazione - il fiore)

  1. Samādhi - [il frutto - stato di concentrazione supercosciente ottenuto con profonda meditazione, in cui l'aspirante individuale diviene uno con l'oggetto della meditazione - Panamātmā o Spirito universale]

  • I primi tre stadi sono le ricerche esteriori (bahiranga sādhanā): Yama e Niyama controllano le passioni e le emozioni dello yogi e lo tengono in armonia con i suoi simili. Le āsanas mantengono il corpo sano e forte e in armonia con la natura. Così, lo yogi si libera dalla coscienza del corpo, che conquista, e di cui fa un mezzo adatto all'anima.

  • I successivi due stadi, conosciuti come le ricerche interiori (antaranga sādhanā) sono Prānāyāma e Pratyāhāra: insegnano all'aspirante come controllare la respirazione e per suo mezzo la forza vitale, o prana, e la mente, cosa che aiuta a liberare i sensi dalla schiavitù degli oggetti del desiderio.

  • Gli ultimi tre stadi tengono lo yogi in armonia con se stesso e il Creatore, e sono chiamati antarātma sādhanā, la ricerca dell'anima. Dhārana, Dhyāna e Samādhi conducono lo yogi nei più intimi recessi della sua anima. Egli non guarda verso il cielo per trovare Dio perché sa che Egli è in lui, conoscendolo come Antarātmā (l'intimo io). Con la profonda meditazione, il sapiente, il sapere e il conosciuto diventano una cosa sola. Per chi vede, il vedere e l'oggetto della vista non hanno vita separati l'uno dall'altro: come per un grande esecutore musicale che diventa uno col suo strumento e la musica che da esso proviene, cosi lo yogi resta fedele alla propria natura e capisce se stesso (Ātman), la parte dello Spirito Supremo in lui.

L'anima è la regina dei sensi. Colui che ha conquistato la propria anima, sensi, passioni, pensiero e ragione è un re tra gli uomini, adatto per il Rāja Yoga, l'unione reale con lo Spirito Universale, ed è illuminato da una luce interiore. Colui che ha conquistato la propria mente è un Rāja Yogi. La parola Rāja significa re e l'espressione Rāja Yoga significa completa padronanza di se stessi. Sebbene Patañjāli indichi i mezzi per controllare la mente, pure in nessuno dei suoi aforismi afferma che questa scienza è Rāja Yoga, ma la chiama Astānga Yoga o gli otto stadi dello Yoga. Poiché essa significa padronanza di se stessi la si può chiamare scienza del Rāja Yoga. Swātmārāma, l'autore dell'Hatha Yoga Pradipika (hatha significa forza, o sforzo determinato), chiamava lo stesso sentiero Hatha Yoga, poiché richiedeva una rigorosa disciplina. Generalmente si dice che Rāja Yoga e Hatha Yoga siano del tutto distinti, diversi ed opposti l'uno all'altro, che lo Yoga Sutra di Patañjāli si occupi di disciplina spirituale e che I'Hatha Yoga Pradtpikà di Swātmārāma affronti unicamente il problema della disciplina fisica. Non è propriamente così, poiché Hatha Yoga e Rāja Yoga si completano l'uno con l'altro a formare un unico accostamento alla liberazione. Come un montanaro ha bisogno di scale a pioli, di funi e di ramponi nonché di forma fisica e disciplina per scalare i picchi ghiacciati dell'Himalaya, così l'aspirante allo Yoga ha bisogno della conoscenza e della disciplina dell'Hatha Yoga di Swātmārāma per raggiungere le cime del Ràja Yoga trattato da Patañjāli. Il Rāja Yoga combina metodi relativamente semplici di disciplina corporea con profonde tecniche di meditazione che sono in grado di portare alla più alta realizzazione spirituale. La pratica e le tecniche di questo tipo di yoga sono anche conosciute con il nome di Kriya Yoga, reintrodotto nell'India moderna, e successivamente nel mondo intero, per mezzo e volontà del leggendario yogi immortale "Babaji", che nel 1861 istruì il suo discepolo Shyama Charan Lahiri a questa "arte scientifica" permettendogli, secondo una sua richiesta, di diffonderla nuovamente dopo che era andata perduta nell'Era oscura del Kali Yuga. Questo sentiero dello Yoga è la fonte per la calma e la tranquillità e prepara la mente ad un assoluto, completo autoabbandono a Dio, in cui tutto si fonde nell'Uno.

 

Il Kriya Yoga
 

La scienza del Kriya Yoga è divenuta nota nell'India moderna, e poi nel mondo, ad opera di Shyama Charan Lahiri, conosciuto successivamente come  Lahiri Mahasaya, che ne apprese e sviluppò il metodo dal suo guru, Babaji. La radice verbale sanscrita di Kriya è Kri, che significa fare, agire, reagire; la stessa radice si trova anche nella parola Karma, il principio naturale di causa ed effetto. Kriya Yoga perciò significa "unione (yoga) con l'Infinito attraverso una data azione o rito (Kriya)". Uno yogi che ne segua scrupolosamente la tecnica viene gradualmente liberato del Karma, la catena della legge di causa ed effetto e delle sue azioni equilibranti. Il Kriya Yoga è un metodo relativamente semplice, psicofisico, mediante il quale il sangue umano viene purificato dell'anidride carbonica e progressivamente saturato di ossigeno. Gli atomi di questo ossigeno in sovrabbondanza si tramutano in correnti vitali, note come "prana" nella terminologia dello yoga,  per ringiovanire il cervello ed i centri spinali. Fermando l'accumularsi del sangue venoso, lo yogi può diminuire o addirittura interrompere il logorio dei tessuti ed uno yogi molto progredito è normalmente in grado di tramutare le sue cellule in pura energia. Il Kriya è un'antica scienza e Lahiri Mahasaya la ricevette dal suo Guru Babaji, che ne riscoprì e delucidò la tecnica perdutasi nelle età oscure. Babaji la ribattezzò semplicemente Kriya Yoga:

"Il Kriya Yoga che attraverso te io do al mondo in questo diciannovesimo secolo", disse Babaji a Lahiri Mahasaya, "è la stessa scienza, riesumata, che Krishna diede migliaia d'anni fa ad Arjuna, e che in seguito fu conosciuta da Patanjali e Cristo, da San Giovanni, San Paolo e da altri suoi discepoli".

Krishna, il più grande profeta dell'India, si riferisce al Kriya Yoga in due versetti della Bhagavad Gitā:

"Immettendo respiro inalante nel respiro esalante, e respiro esalante nel respiro inalante, lo yogi neutralizza entrambi questi respiri; così egli sottrae prana al cuore e lo porta sotto il suo controllo".

Si può interpretare questo versetto anche nel modo seguente: Calmando l'attività dei polmoni e del cuore, lo yogi arresta la decadenza del corpo, e arresta altresì le alterazioni di crescita nelle cellule mediante il controllo dell' "apana" (la corrente eliminatoria). Neutralizzando cosi il logorio e lo sviluppo, lo yoghi acquista il controllo della forza vitale. Un altro versetto della Gita dice:

"Si rende libero in eterno quell'esperto di meditazione (mani) che, cercando la Mèta Suprema, è capace di ritrarsi dai fenomeni esterni fissando lo sguardo nel punto centrale fra le sopracciglia e neutralizzando le correnti uniformi di prana e di apana nelle narici e nei polmoni, e di dominare la propria mente sensoria e l'intelletto, nonché di rendersi libero dai desideri, dal timore e dall'ira".

Krishna riferisce anche che fu lui, in una precedente incarnazione, a comunicare l'indistruttibile yoga a un antico illuminato, che lo tramandò a sua volta ai suoi discepoli i quali proseguirono a loro volta a tramandare la sacra ed antica arte. Passando così dall'uno all'altro, lo yoga regale fu custodito dai rishi fino al sorgere dell'era materialistica nota come il Kali Yuga. Poi, per la segretezza dei sacerdoti e l'indifferenza degli uomini sprofondati nella pesantezza della materia ed ormai incapaci di comprendere la natura spirituale, la sacra sapienza divenne a poco a poco inaccessibile. Il Kriya Yoga è citato due volte dall'antico saggio Patanjali, principale esponente dello yoga, il quale scrisse:

"Il Kriya Yoga consta di disciplina corporea, controllo mentale e meditazione sull'Aum (Om, Amen)".

Patanjali parla di Dio come del reale Suono Cosmico "Om" che s'ode nella meditazione. "Om" (AUM) è la parola Creativa, il suono del Motore Vibratorio, il testimone della Divina Presenza. Perfino colui che appena s'inizia allo yoga, spesso riesce ben presto a percepire nel suo intimo il suono meraviglioso dell'Om. Ricevendo questo sublime incoraggiamento spirituale, il devoto ha la sicurezza di essere realmente in rapporto con i reami divini. Patanjali si riferisce una seconda volta al controllo vitale, o tecnica Kriya, nel modo seguente:

"La liberazione può essere raggiunta mediante quel pranayama a cui si arriva separando i processi dell'inspirazione e dell'espirazione".

Nel primo stadio della divina unione (sabikalpa samadhi), la coscienza del devoto si immerge nello Spirito Cosmico; la sua forza vitale è sottratta al corpo che appare "morto", cioè immobile e rigido. Lo yogIi è pienamente conscio del suo stato di animazione sospesa del corpo. Progredendo però verso più alti stadi spirituali (nirbikalpa samadhi) egli comunica con Dio senza la fissità del corpo e mantenendo desta la sua coscienza normale, anche nel mezzo delle attività e delle mansioni terrene.

"Il Kriya Yoga è uno strumento mediante il quale l'evoluzione umana può essere affrettata", spiegava Sri Yukteswar ai suoi allievi. "Gli antichi yoghi scoprirono che il segreto della Coscienza Cosmica è intimamente legato alla padronanza del respiro. Questo è il contributo impareggiabile e immortale che l'India ha apportato al patrimonio di conoscenze del mondo. La forza vitale, che normalmente viene assorbita dal compito di sostenere il pulsare del cuore, deve essere liberata per svolgere attività più elevate, con l'aiuto di un metodo per acquietare le incessanti esigenze del respiro".

Il Kriya Yogi dirige mentalmente la propria energia vitale, facendola ruotare in su e in giù, attorno ai sei centri spinali, o chakra, (i plessi midollare,' cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo) che corrispondono ai dodici segni astrali dello Zodiaco, il simbolico Uomo Cosmico. Anche solo mezzo minuto di rivoluzione dell'energia intorno alla spina dorsale dell'uomo determina in lui sottili progressi nella sua evoluzione; quel mezzo minuto di Kriya equivale a un mese di naturale sviluppo spirituale. Il sistema astrale di un essere umano, con sei (dodici a causa della polarità) costellazioni interiori che girano intorno al sole dell'onnisciente occhio spirituale, è in rapporto col sole fisico e con le costellazioni rappresentate dai dodici segni dello zodiaco. Applicando tecniche Kriya ancor più avanzate egli sarà anche in grado di sciogliere i blocchi che impediscono all'energia vitale di raggiungere pienamente tutti i centri spinali, contribuendo a sciogliere quei nodi di dolore che tengono legato l'uomo alle sofferenze terrene. Raggiunta poi la capacità di far arrivare il prana in alto, nei centri superiori del cervello attraverso il canale spinale principale, con i Kriya più alti gli sarà consegnata la chiave per aprire la porta verso la Meta Suprema e l'apertura del fiore di loto dai mille petali sarà la sua corona.

Tutti gli esseri umani subiscono l'influenza di un universo interiore e di uno esteriore. Gli antichi rishi scoprirono che l'ambiente terreno e quello celeste dell'uomo lo sospingono innanzi in cicli di dodici anni sul suo naturale sentiero. Le Scritture affermano che all'uomo occorre un milione d'anni di evoluzione normale, esente da malattie, per perfezionare il suo cervello somatico in modo tale da poter esprimere la Coscienza Cosmica. In un tempo relativamente breve un Krlya Yogi può così ottenere, con un proprio intelligente sforzo, lo stesso risultato che la natura concede in un milione d'anni. S'intende che la scorciatoia del Kriya può essere presa solamente da yogi profondamente evoluti. Con la guida di un guru, tali "chela" hanno accuratamente preparato il loro corpo e la loro mente per poter sopportare l'enorme potenza generata dalla pratica intensiva di questa tecnica. Il principiante Kriya Yoghi esegue il suo esercizio solo da quattordici a ventiquattro volte, due volte al giorno. Gli yogi che giungono alla liberazione possono di norma farlo in tempi di sei, dodici, ventiquattro o quarantotto anni. Uno yoghi che muore prima di aver raggiunto la piena realizzazione, porta con sé il buon karma del suo precedente sforzo Kriya; nella nuova vita egli sarà naturalmente sospinto verso la Mèta Infinita.

Il corpo dell'uomo comune è come una lampada da cinquanta watt, che non può sostenere i miliardi di watt di energia suscitati da una eccessiva pratica del Kriya. Mediante un aumento graduale e regolare del semplice e "comprovato" metodo del Kriya, il corpo umano si trasforma a livello sottile (o astrale) giorno per giorno, e alla fine è capace di sostenere quel potenziale infinito di energia cosmica che costituisce la prima espressione materialmente attiva dello Spirito. La pratica del Kriya è accompagnata, fin dall'inizio, da un senso di pace ritemprante e dà sensazioni calmanti nella spina dorsale, che producono un effetto rigenerante. Questa antica tecnica yogica trasforma il respiro in sostanza mentale. Con l'evoluzione spirituale si diviene capaci di conoscere il respiro quale atto mentale: un respiro di sogno. Si potrebbero dare numerosi esempi del rapporto matematico tra il ritmo respiratorio di un essere umano e le variazioni dei suoi stati di coscienza. Una persona la cui attenzione è completamente assorbita da qualche intricato argomento intellettuale, o da qualche delicato o difficile atto fisico, automaticamente respira con molta lentezza. La fissità dell'attenzione si unisce alla lentezza del respiro; una respirazione accelerata o irregolare inevitabilmente accompagna stati emotivi dannosi come la paura, la lussuria, la collera. La scimmia irrequieta respira trentadue volte al minuto. L'elefante, la tartaruga, la serpe e altri animali noti per la loro longevità, hanno un ritmo respiratorio più lento di quello dell'uomo. La tartaruga gigante, per esempio, che vive fino ai 300 anni, respira solo quattro volte al minuto. Possibile che questi "animali" siano spiritualmente più evoluti che la maggior parte degli uomini comuni ?

Gli effetti ristoratori del sonno sono dovuti al fatto che l'uomo perde temporaneamente la coscienza del proprio corpo e della respirazione. L'uomo che dorme diventa di fatto uno yogi; ogni notte egli compie inconsciamente il rito yoga di liberarsi dall'identificazione col proprio corpo, e di fondere la forza vitale con le correnti risanatrici nella regione principale del cervello e nelle sei sotto-dinamo dei centri spinali. Il dormiente attinge in tal modo, senza saperlo, al serbatoio di energia cosmica che alimenta tutta la vita. Lo yoghi attua volontariamente un processo semplice e naturale in modo cosciente invece che inconsciamente come fa colui che dorme. Il Kriya Yogi usa la sua tecnica per saturare e alimentare tutte le cellule del suo corpo con una luce immortale, serbandole così spiritualmente magnetizzate. Scientificamente, egli rende inutile il respiro senza tuttavia entrare, durante la pratica, negli stati negativi del sonno, dell'incoscienza o della morte. Negli uomini soggetti a "maya", la legge naturale dell'illusione cosmica, il flusso dell'energia vitale è diretto verso il mondo esterno; le correnti vengono normalmente sprecate e male utilizzate nei sensi. La pratica del Kriya è capace di invertire la direzione del loro fluire permettendo alla forza vitale di venire mentalmente ricondotta verso il cosmo interiore e riunirsi alle sottili energie spinali. Con tale rafforzamento della forza vitale, il corpo e le cellule cerebrali dello yogi vengono rinnovati da un vero e proprio "elisir spirituale". Sciogliendo il legame del respiro che incatena l'anirna al corpo, il Kriya prolunga la vita e allarga la coscienza all'infinito. La tecnica yoga supera l'eterna lotta esistente fra la mente e i sensi legati alla materia, e rende il devoto libero di rientrare in possesso della sua eredità del regno eterno. Egli riconosce allora che il suo vero essere non è incatenato né all'involucro fisico, né al respiro, simbolo dell'asservimento dei mortali all'aria, alle coercizioni elementari della natura. Padrone della mente e del corpo, il Kriya Yogi consegue alla fine la vittoria sull'"ultimo nemico": la Morte.

'Così ti nutrirai di morte, che d'uomini si ciba; E, morta la Morte, non vi sarà più il morire '.

L'introspezione, lo "stare nel silenzio", è una maniera ascientifica di tentar di dividere la mente dai sensi, legati gli uni all'altra dalle agitazioni disturbanti del prana, la forza vitale. La mente contemplativa che cerca di effettuare il suo ritorno alla divinità, viene costantemente trascinata indietro verso i sensi dalle correnti vitali. Il Kriya, che controlla la mente-direttamente attraverso la forza vitale, è la via più facile, efficace e scientifica per giungere all'Infinito. A differenza del lento e incerto "carro a buoi" della via teologica verso Dio, il Kriya Yoga può essere giustamente detto la "via aerea". La scienza yoga è basata sull'esame pratico di tutte le forme di esercizi di concentrazione e meditazione. Lo Yoga permette al devoto di inserire e interrompere a volontà la corrente vitale nei sensi, i cinque "telefoni" della vista, dell'udito, dell'odorato, del gusto e del tatto. Avendo raggiunto questa facoltà di distacco dai sensi, lo yogi troverà facile immergere l'anima a volontà nei reami divini o nel mondo della materia. Egli non è più costretto dalla forza vitale a rientrare suo malgrado nella sfera terrena delle sensazioni turbolente e dei pensieri irrequieti.


La vita d'uno yogi è influenzata non dagli effetti delle azioni passate, ma solo dalle direttive date dall'anima. Il devoto evita cosi la lenta azione evolutiva svolta dagli effetti delle azioni egoistiche, buone e cattive che siano, della vita comune: educatori, questi, incomodi e tardi come lumache per chi ha il cuore dell'aquila. Questo metodo superiore di vita dell'anima rende libero lo yogi, il quale, svincolato dalla prigione dell'ego, respira l'aria libera dell'onnipresenza. La schiavitù della vita naturale segue, al confronto, un ritmo umiliante. Conformando la propria vita solo a un ordine di evoluzione naturale. l'uomo non può esigere dalla natura alcuna remissione di tempo: pur vivendo senza contravvenire alle leggi che governano le sue facoltà fisiche e mentali, egli avrà bisogno ancora per un milione d'anni circa, di prendere travestimenti vari, reincarnandosi, prima di conoscere l'emancipazione finale. I metodi telescopici per mezzo dei quali uno yoghi 'si libera delle identificazioni fisiche e mentali a favore dell'individualità dell'anima, si addicono a chi si ribella alla prospettiva di attendere migliaia e migliaia d'anni. Questo panorama numerico si allarga ancora per l'uomo comune che non vive in armonia né con la natura, né con la propria anima, e insegue invece complessità innaturali, offendendo così nel corpo e nei pensieri la dolce sanità della natura. Per lui, un tempo addirittura doppio sarà scarsamente sufficiente per condurlo alla liberazione. L'uomo rozzo si rende conto solo raramente, e forse mai, che il suo corpo è un regno governato dall'Anima, Imperatrice assisa sul trono del cranio, la quale ha dei reggenti sussidiari nei sei centri spinali o sfere di coscienza. Questa teocrazia si estende su una folla di sudditi ubbidienti: ventisettemila miliardi di cellule munite di sicura. sebbene apparentemente automatica, intelligenza, mediante la quale esse assolvono tutti i loro compiti per lo sviluppo, la trasformazione e la dissoluzione del corpo, e cinquanta milioni di pensieri-base, di emozioni e variazioni di fasi che si alternano nella coscienza umana in una vita media di sessant'anni. Ogni apparente insurrezione delle cellule fisiche o mentali contro l'Anima Imperatrice, sotto forma di malattia o di depressione, non è dovuta a slealtà degli umili cittadini, ma all'uso inopportuno, passato o presente, che l'uomo fa della propria individualità, o del libero arbitrio, donatogli simultaneamente all'anima e mai più revocabile. Identificando se stesso con un' ego superficiale, l'uomo ritiene per certo d'essere lui che pensa, vuole, sente, digerisce alimenti e si conserva vivo; non riflette mai (e di riflessione ne basterebbe poca!), che nella vita d'ogni giorno egli non è che un burattino manovrato dalle sue azioni passate (karma), dalla natura e dall'ambiente. In ogni uomo, le reazioni intellettive, i sentimenti, gli stati d'animo e le abitudini sono il corollario di cause passate, da ricercarsi sia nella sua vita. attuale, sia in quelle precedenti.


Intoccabile, tuttavia, e al di sopra di tali influenze sta la sua anima regale. Disdegnando le verità e libertà transitorie, il Kriya Yogi trascende ogni disillusione per giungere al suo Essere finalmente libero. Tutte le Scritture dichiarano che l'uomo non è un corpo corruttibile, ma un'anima immortale; nel Kriya egli possiede un metodo preciso per attestare la verità delle Scritture.

"I riti esteriori non possono distruggere l'ignoranza, perché non sono in contrasto con essa" scrisse Shankara nel suo famoso Century of Verses. "Solo la conoscenza realizzata distrugge l'ignoranza ... La conoscenza non può scaturire se non dalla ricerca. - Chi sono io? Come è nato questo universo, chi lo ha fatto? Qual è la sua causa materiale? - Questo è il genere di domande e di ricerche cui si allude".

L'intelletto non ha risposte per tali quesiti; perciò i rishi svilupparono lo yoga quale tecnica di ricerca spirituale. Il vero yogi, negandosi integralmente - mente, volontà e sentimento - alle false identificazioni coi desideri del corpo, unendo la propria mente alle forze supercoscienti nei sacrari spinali, vive in questo mondo come Dio ha stabilito, non costretto da impulsi del passato né dalle stoltezze di nuovi moventi umani. Un tale yogi ha appagato il Desiderio Supremo ed è giunto sano e salvo al porto finale dell'inesauribile beato Spirito. Riferendosi alla sicura e metodica efficacia dello yoga, Krishna loda lo yogi che pratica le tecniche, con le seguenti parole:

"Lo yoghi è più grande degli asceti che si sottopongono alla disciplina corporea, più grande anche di coloro che seguono il sentiero della saggezza (Jnana Yoga), o il sentiero dell'azione (Karma Yoga); sii tu, o discepolo Arjuna, uno Yogi !"

Il Kriya Yoga è il vero 'rito del fuoco' spesso esaltato nella Bhagavad Gitā. Lo yogi getta le sue brame umane in un monoteistico falò dedicato all'impareggiabile Iddio: questa è la vera, yogica cerimonia del fuoco; cerimonia in cui tutti i desideri presenti e passati sono combustibili che si consumano nel fuoco dell'amore divino. L'Ultima Fiamma accoglie il sacrificio di tutta l'umana follia, e l'uomo si libera così da ogni scoria. Scarnite metaforicamente le sue ossa dalla desiosa carne, sbiancato il suo scheletro karmico dall'antisettico sole della saggezza, alla fine egli è purificato, non più atto a offendere né l'uomo, né il Creatore.

 

La Fisica
 

La fisica (dal neutro plurale latino physica, a sua volta derivante dal greco physikà – ovvero "le cose naturali", da physis, "natura") è la scienza della Natura nel senso più ampio. Originariamente una branca della filosofia è stata per lungo tempo chiamata filosofia naturale ed ancora oggi mantiene con essa legami profondi. Ma in seguito alla codifica del metodo scientifico di Galileo Galilei, negli ultimi trecento anni si è talmente evoluta e sviluppata, conseguendo risultati di enorme importanza, da conquistarsi piena autonomia e autorevolezza. Le conoscenze scientifiche dell'antichità vennero sistematizzate e organizzate da Aristotele, il quale creò lo schema che doveva diventare la base della concezione  occidentale dell'universo per un tempo lungo quasi duemila anni, e noteremo più avanti come questo lasso di tempo calzi a pennello con la teoria che sta alla base della scienza del Kriya Yoga. Aristotele stesso era convinto che i problemi riguardanti l'anima umana e la contemplazione della perfezione di Dio fossero molto più importanti dell'indagine del mondo materiale. Il motivo per cui il modello aristotelico dell'universo non venne messo in discussione per tanto tempo fu proprio questa mancanza di interesse per il mondo materiale e la forte presa della Chiesa cristiana, che sostenne le dottrine aristoteliche per tutto il Medioevo. Quando più avanti sarà preso in considerazione ed analizzato il sistema degli Yuga, o Ere cicliche di sviluppo e regresso a cui sono soggetti gli uomini che vivono sul pianeta terra, sarà possibile prendere ulteriore coscienza del perché i fatti sono andati proprio in questo modo. Un ulteriore sviluppo della scienza occidentale doveva verificarsi solo nel Rinascimento, quando gli uomini cominciarono a liberarsi dall'influenza di Aristotele e della Chiesa (ed il ciclo del Kali Yuga cominciava ad avviarsi verso la sua conclusione che sarebbe avvenuta nell'anno 1700 D.C.) mostrando un nuovo interesse per la natura. Verso la fine del Quattrocento lo studio della natura fu affrontato per la prima volta con spirito realmente scientifico e vennero effettuati esperimenti per controllare le ipotesi teoriche. Poiché parallelamente si verificò un crescente interesse per la matematica, questo sviluppo condusse infine alla formulazione di teorie propriamente scientifiche, basate sull'esperimento ed espresse nel linguaggio della matematica. Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) fu il primo a combinare conoscenza empirica e matematica e perciò viene considerato il padre della scienza moderna. La nascita della scienza moderna fu preceduta e accompagnata da uno sviluppo del pensiero filosofico che portò a una formulazione estrema del dualismo spirito-materia. Questa formulazione comparve nel Seicento con la filosofia di René Descartes (Cartesio), il quale fondò la propria concezione della natura su una fondamentale separazione tra due realtà distinte e indipendenti, quella della mente (res cogitans) e quella della materia (res extensa). La separazione "cartesiana" permise agli scienziati di considerare la materia come inerte e completamente distinta da se stessi e di raffigurarsi il mondo materiale come una moltitudine di oggetti differenti riuniti insieme in una immensa macchina. Una siffatta concezione meccanicistica del mondo fu sostenuta da Isaac Newton, che su questa base costruì la sua scienza della meccanica classica e la pose a fondamento della fisica classica. Dalla seconda metà del Seicento alla fine dell'Ottocento, il modello meccanicistico newtoniano dell'universo dominò tutto il pensiero scientifico. Era accompagnato dall'immagine di un Dio monarca che dall'alto governava il mondo imponendo a esso la sua legge divina. Di conseguenza, le leggi fondamentali della natura ricercate dagli scienziati vennero considerate le leggi divine, invariabili ed eterne, alle quali il mondo era soggetto. Nel medesimo arco di tempo il Kali Yuga terminava il suo ciclo di influenza di 2000 anni ed iniziava la fase intermedia che avrebbe portato, con l'anno 1900, all'entrata nel Dvapara Yuga, la seconda era del ciclo ascendente come si vedrà più avanti.

I fisici moderni studiano in generale il comportamento e le interazioni della materia attraverso lo spazio e il tempo. Nella visione affermatasi con la teoria della relatività ristretta prima e generale poi, spazio e tempo sono considerati anch'essi fenomeni fisici, e non semplicemente lo scenario in cui questi avvengono. L'indagine fisica viene condotta seguendo il metodo scientifico, pietra miliare di tutte le scienze naturali, che garantisce la più alta tendenza all'oggettività dei risultati ottenuti secondo il paradigma galileiano dell'intersoggettività. Il metodo scientifico è anche noto come metodo sperimentale, perché si basa sul concetto di esperimento e di osservazione dei fenomeni derivanti da esso. L'osservazione produce come conseguenza diretta le cosiddette leggi empiriche. Tramite un processo chiamato ciclo conoscitivo si procede a un progressivo affinamento del modello fisico che può rappresentare il fenomeno. Via via che i modelli crescono in complessità e vastità dei fenomeni che sono capaci di descrivere, il contributo della matematica e del ragionamento logico diventa sempre più determinante e, come nel caso emblematico della relatività generale, l'astrazione teorica può addirittura precedere la scoperta sperimentale. Cardine della fisica sperimentale, ovvero quella branca della fisica che si occupa di "sondare" la natura nella via più diretta, sono i concetti di misura, di grandezza fisica e di incertezza: la fisica prende in considerazione solo ciò che è in qualche modo misurabile secondo criteri concordati come le unità e i metodi di misura, e il risultato di tale misura viene associato a ciò che è stato misurato. Ogni quantità è dunque specificata da un numero, che è il risultato della misura, e dall'unità di misura scelta. Per questo motivo, le teorie della fisica sono quindi generalmente espresse come relazioni matematiche fra quantità fisiche. Le teorie ampiamente confermate vengono usualmente chiamate leggi o leggi della fisica, ma come tutte le leggi scientifiche sono sempre provvisorie, nel senso che sono considerate vere solo finché non vengono confutate, cioè se viene osservato il verificarsi di un fenomeno che esse predicono non possa mai accadere, o se le loro predizioni sui fenomeni si dimostrano errate. O più semplicemente ancora, una nuova teoria permette di predire gli stessi fenomeni, ma con una accuratezza superiore. La fisica è strettamente connessa con tutte le altre scienze naturali, particolarmente con la chimica, la scienza delle molecole con cui si è sviluppata di pari passo nel corso degli ultimi due secoli.

Nella nostra cultura occidentale, che è ancora fortemente dominata da una visione meccanicistica e frammentata del mondo nonostante le teorie di Einstein dei primi del '900, pur non negandola, abbia confinato quest'ultima in una zona alquanto ristretta della visione della realtà, un numero crescente di persone ha visto in essa la ragione che sta alla base della diffusa insoddisfazione presente nelle moderne società e molti si sono rivolti alle vie orientali di liberazione dell'anima. E' interessante, e forse nemmeno troppo sorprendente, osservare come coloro che sono attratti dal misticismo orientale, che consultano l'I King e che praticano lo yoga o altre forme di meditazione, abbiano in genere un marcato atteggiamento antiscientifico. Essi tendono a vedere la scienza, e la fisica in particolare, come una disciplina limitata da un punto di vista culturale, che impedisce all'immaginazione di esprimersi liberamente e che è responsabile di tutti i guasti della moderna tecnologia. In questo sito l'intenzione è quella, ad un tempo, di migliorare l'immagine della scienza mostrando che esiste una sostanziale armonia tra lo spirito della saggezza orientale e la scienza occidentale, cercando, d'altra parte, di dimostrare per quanto possibile le teorie "scientifiche" che sono alla base delle filosofie orientali.

 

 

I Guru del Kriya Yoga
 

Come in ogni tradizione Yoga che si rispetti anche il Kriya Yoga ha una propria linea Guru-discepolo di discendenza, anzi, come è logico aspettarsi in ogni albero genealogico, ne esistono diverse. E' infatti facile comprendere che se un maestro ha nella sua vita più discepoli ai quali viene ad un certo punto data la facoltà di tramandare le tecniche che a egli stesso sono state insegnate, i vari rami dell'albero tendono a moltiplicarsi ed a divergere in un qualche modo l'uno dall'altro, pur facendo capo sempre al medesimo ceppo. Anche se molto antica come origini, questa disciplina è stata ripresentata al mondo in tempi tutto sommato recenti, ragionando ovviamente su una scala temporale ben più ampia di quella relativa alla lunghezza media di una vita umana, e precisamente nell'anno 161-Dvapara, che corrisponde al 1861 secondo il calendario cristiano. Quella che è rappresentata qui è probabilmente la più classica che in occidente si possa riportare, soprattutto in riferimento ad un paese e ad una cultura che non fanno capo agli Stati Uniti d'America, primo luogo dell'altro emisfero in cui gli yogi dell'India moderna decisero di esportare la loro millenaria cultura spirituale. La linea di maestri è quella che, originando come tutte a Babaji, passa quindi a Lahiri Mahasaya, poi a Sri Yukteswar ed infine a Paramahansa Yogananda. Saranno quindi riportate alcune loro brevi note biografiche che vogliono essere, da parte mia, un piccolo ma sentito tributo a personalità dalla mente cristallina e dalla saggezza suprema. I loro stili di vita puri ed aderenti alla verità hanno lasciato un messaggio che indubbiamente contribuisce, e continuerà a farlo anche per il futuro, ad illuminare chiunque cercasse in loro anche solo un barlume di luce, in mezzo al buio ed alla confusione che avvolge il mondo.

 
Bhagavan Krishna e Gesù Cristo
 

Krishna, Cristo, Kriya...kri, kri, kri. Può sembrare uno scherzo irriverente però può anche far pensare. La medesima radice per i due grandi Avatar e, se si guarda bene, lo stesso messaggio. Si dice che bene e male si combattano continuamente nel mondo e spesso, seppur di poco, il bene prevalga. Quando il male sta per avere la meglio, Dio, la Persona Suprema, manda il suo Figlio, un Avatar, per ristabilire l'ordine. Circa duemila anni fa, quando il Kali Yuga si apprestava ad entrare nella sua fase di forte predominanza, Gesù Cristo venne sulla terra. I cristiani dicono che egli venne a salvare l'umanità morendo sulla croce per espiare i loro peccati, i seguaci dello yoga dicono che egli venne per consumare il karma negativo che gli umani, ottenebrati dall'era oscura, avevano ed avrebbero generato. Il grande Guru dell'occidente caricò sulle sue spalle l'enorme fardello del karma degli uomini sprofondati nelle tenebre di una materialità abissale dando loro, con il Suo messaggio illuminante, una fiaccola per rischiararne il cammino nell'età infausta che si stava preparando davanti a loro.

Per i kriya yogi sono entrambi riveriti, grandi Avatar. Krishna è l'auriga del carro nella battaglia di Kurukshetra, su cui è anche Arjuna, il discepolo che riceve i suoi sommi insegnamenti sullo yoga e non è pensabile, per chi volesse tentare il cammino del kriya yoga, ignorare la sua dottrina riportata nelle pagine della Bhagavad Gitā. Riguardo a Gesù, oltre al magistero spirituale di somma e cristallina purezza che ci ha tramandato, si dice che sia in perpetuo contatto con Babaji in una divina collaborazione per lo sviluppo spirituale dell'umanità. Le loro note biografiche sono di scarsa importanza in queste pagine mentre i loro messaggi spirituali, divine perle di verità, saranno più volte citati e messi a confronto per sottolinearne l'unicità.   

 

 
Babaji
 

Il Santo Babaji rappresenta decisamente un enigma. La sua esistenza è stata rivelata al mondo per la prima volta con la narrazione resa da Paramahansa Yogananda nel suo "Autobiografia di uno Yogi". L'adorabile Guru di Sri Sri Shyama Charan Lahiri Mahasaya fu la sorgente della diffusione del sistema del Kriya Yoga nel mondo nei tempi moderni. Egli non era conosciuto con alcun nome se non con l'appellativo di Babaji che può essere tradotto in lingua italiana come "reverendo padre" e nulla si sa sulle sue origini. I picchi settentrionali dell'Himalaya vicino a Badrinarayan potrebbero essere tuttora benedetti dalla presenza vivente di Babaji, Guru di Lahiri Mahasaya. Il Maestro che vive appartato dal mondo ha mantenuto per secoli, e forse per millenni, la sua forma fisica. Babaji, che non conosce la morte, è un avatar; questa parola sanscrita significa "discesa"; le sue radici sono: ava, "giù" e tri "passare". Nelle Scritture indù, avatara indica la discesa della Divinità nella carne dell'uomo. "Lo stato spirituale di Babaji trascende la comprensione umana", spiegava Sri Yukteswar. "La limitatissima vista dell'uomo non può penetrare fino alla sua stella trascendente. 'E' vano anche solo tentare d'immaginare quanto sia elevato l'avatar. Esso è inconcepibile. Un avatar non è soggetto all'economia universale; il suo puro corpo visibile quale immagine di luce, è libero da ogni debito verso la natura. Lo sguardo distratto può non scorgere alcunché di straordinario nelle fattezze di un avatar, ma egli non getta ombra, né lascia tracce di passi sul suolo. Queste sono simboliche prove esteriori dell'assenza di oscurità interiore e di legami materiali. Solo un tale uomo divino conosce la Verità celata dietro la relatività della vita e della morte". La sua figura ha ispirato, ed continuerà ad ispirare, tanti kriya yogi rimanendo nei loro cuori come il più riverito dei Maestri. Fonti diverse fanno riferimento a lui anche come Mahamuni Babaji, Traimvak Baba e Shiv Maharaj ma nessuna conferma riguardo a questi appellativi può essere trovata né tra i discepoli di Lahiri Mahasaya né negli scritti dei discorsi che sono stati riportati di quest'ultimo. Anche riguardo all'unica, celebre, icona grafica che è stata riportata di questo santo esistono dubbi sulla effettiva rassomiglianza con la sua reale forma fisica in quanto quei pochi che ebbero il privilegio di incontrarlo di persona asseriscono che il disegno che ne è stato fatto non ne riporta fedelmente i tratti. 

Paramahansa Pranavananda Giri Maharahi, discepolo di Lahiri Mahasaya, ha lasciato una nota scritta su una edizione della Gitā pubblicata dopo la sua morte, la Pranava Gitā, in cui racconta di aver visto Babaji in compagnia del suo guru e di avere avuto il privilegio di parlare con lui. Mentre stava tranquillamente parlando con Lahiri Mahasaya, nel salottino di quest'ultimo, ad un certo punto lo vide alzarsi improvvisamente colto da fretta ed eccitazione e dirigersi verso il cortile; Pranavananda lo seguì incuriosito e lo vide quindi inginocchiarsi e prostrarsi ai piedi di un giovane uomo che dava l'impressione di venire dalle zone poco popolate di fuori città e provò un leggero sentimento di sconforto nel vedere il suo anziano e riverito guru mostrare una tale venerazione per quel giovincello. Alzatosi in piedi Lahiri Mahasaya portò quindi il suo discepolo davanti a quello che per lui era un estraneo chiedendogli di mostrare venerazione per il santo Babaji, cosa che fece non appena sentì pronunciare il suo nome. Allo stesso tempo Pranavananda non riusciva a non chiedersi come Babaji potesse apparire così giovane nonostante il suo discepolo, Lahiri Mahasaya, fosse già in età avanzata. Il gruppetto dei tre si riunì successivamente per una cena durante la quale a Pranavananda fu possibile fare alcune domande al grande santo. Alla domanda su quale fosse la sua reale età egli rispose che la normale durata della vita umana può essere stimata sui 120 anni ma che è possibile aumentarne la durata praticando il Kaya Kalpa, una tecnica di ringiovanimento. Babaji gli riferì che egli aveva già completato tre cicli di quella tecnica ed era nella seconda metà del quarto. Gli chiese anche per quanto tempo ancora sarebbe rimasto nella sua forma fisica ottenendone la risposta che egli si sarebbe trattenuto ancora per qualche tempo poiché aveva alcuni importanti compiti da assolvere. Questo avvenimento ebbe luogo nella tarda seconda metà dell'800.

Pare che le visite di Babaji alla dimora di Lahiri Mahasaya non fossero del tutto infrequenti ed anche a Sri Yukteswar, che ebbe più volte il privilegio di trovarsi in sua presenza, capitò di incontrarlo proprio nella casa del suo guru, a Benares. L'episodio è riportato nell'Autobiografia di uno yogi, in un dialogo in cui Yogananda aveva chiesto al suo maestro se avesse mai incontrato l'avatar. Questi gli rispose affermativamente raccontando, tra i vari episodi, di una volta in cui era andato a fare visita a Lahiri Mahasaya, pochi mesi dopo avere avuto un fugace incontro con Babaji che lo aveva però lasciato molto insoddisfatto, in quanto il grande santo gli si "era concesso" per un tempo da lui ritenuto troppo breve. Sri Yukteswar si sentì profondamente ferito da questo fatto ed il suo cuore era ancora pervaso da una sorta di "collera amorosa" verso il suo param-guru. Con un sorriso di benvenuto Lahiri Mahasaya, facendolo accomodare nel suo salottino, chiese al suo discepolo se, entrando, non avesse per caso incontrato Babaji sulla soglia di ingresso della casa. Alla sua risposta negativa lo chiamò vicino a sé e, toccandogli lievemente la fronte, gli disse di guardarsi accanto. La figura di Babaji era effettivamente sulla porta e Sri Yukteswar fu in quel momento in grado di scorgerla. Serbando ancora in cuore la recente ferita non si inchinò davanti a lui, secondo una rispettosa usanza, sollevando lo stupore di Lahiri per quella sorta di orgogliosa rimostranza. Babaji, andandogli incontro, gli chiese il motivo  della evidente collera che provava verso la sua persona, anche se ne era pienamente consapevole e la risposta fu quella che si aspettava e cioè il fatto che egli quel giorno, assieme al suo magico gruppo, svanì troppo rapidamente nell'aria senza dargli la possibilità di esprimere adeguatamente la propria reverenza. Il grande maestro in realtà aveva colto l'occasione, pur avendo utilizzato una maniera apparentemente scortese di ottemperare ad una precedente promessa fatta a Sri Yukteswar, di dargli un ulteriore insegnamento. "Ti dissi che ci saremmo incontrati di nuovo, ma non per quanto tempo", replicò infatti ridendo dolcemente. "Eri tanto eccitato che fui quasi soffiato via dall'etere dalle raffiche della tua agitazione". Benché quella spiegazione fosse risultata poco lusinghiera per quello che, anche se avanzato nello yoga, ancora era un guru in via di formazione, il cuore di Sri Yukteswar fu intenerito a sufficienza da indurlo a compiere l'atto di riverenza al maestro, inginocchiandosi ai suoi piedi. Questi, avendo apprezzato la vittoria di Sri Yukteswar sul suo ancora baldanzoso ego con un gentile colpetto sulla spalla gli disse ancora: "Figliolo, devi meditare di più. Il tuo sguardo non è ancora perfetto e non potresti scorgermi se io mi nascondessi dietro la luce del sole". Con queste parole, dette con la voce di un flauto celestiale, Babaji sparì celandosi nel segreto splendore. Nei racconti riportati nell'Autobiografia di Yogananda più volte si narra di come quel supremo maestro utilizzasse spesso mezzi di trasporto "non convenzionali" chiamati dagli yogi viaggi astrali. In realtà quando ci si trovava al suo cospetto non si poteva mai essere certi se fosse lui in persona oppure una materializzazione di sé da lui operata con i suoi straordinari poteri, i siddhi.     

Un altro aneddoto riporta di quando Paramahansa Yogananda fece il suo ritorno in India, tra il 1935 e il 1936, e rese visita ad Acharya Bhupendra Nath Sanyal, uno dei più giovani tra i discepoli di Lahiri Mahasaya. Yoganandaji era molto interessato in quel momento a raccogliere informazioni sui grandi santi dell'India moderna e chiese all'ormai vecchio discepolo del suo param-guru se avesse mai incontrato di persona Babaji per avere notizie sui suoi tratti fisici ed egli rispose che aveva solo sentito dire che coloro che sono molto avanzati nel cammino del Kriya tendono a diventare molto simili nelle loro sembianze, rassomigliando a Lahiri Mahasaya, ma di non averlo mai visto di persona. Alla domanda se avesse notizia che Babaji fosse ancora in vita l'anziano Acharya replicò che aveva sentito dire di un uomo fortemente somigliante a Lahiri Mahasaya che viveva nelle regioni a nord della Siberia.

La missione di Babaji in India fu quella di assistere i profeti nell'adempimento dei compiti speciali loro affidati, per questo egli merita il titolo definitivo delle Scritture di Mahavatar, Grande Avatar. Egli dichiarò di avere iniziato allo yoga, a Benares, l'impareggiabile Shankara filosofo dell'India ed antico riorganizzatore dell'ordine degli Swami diversi secoli prima. Raccontando l'episodio agli affascinati discepoli Lahiri Mahasaya e Swami Kebalananda, Babaji ricordò molti interessanti particolari del suo incontro col Grande monista. Innumerevoli seguaci del Kriya Yoga credono fermamente che il santo Babaji serbi tutt'ora la sua forma materiale e guidi da dietro le quinte la vita spirituale di molte persone. Diversi episodi che sono stati raccontati fanno pensare che il Mahavatar fosse ancora attivo fino a tutta la quarta decade del ventesimo secolo anche se altre inattendibili fantasie sono state riportate da parte di gente credulona e incline alle facili immaginazioni. Pare infatti che qualcuno abbia scritto un articolo in cui lo stesso autore affermasse di avere incontrato Babaji in un ashram, guidato dal Mahavatar in persona, presso Brindaban. E' assolutamente arduo anche il solo immaginare come possa un tale santo tra i santi essere coinvolto in un tale affare ancora legato al mondo come il gestire un ashram o un monastero! Mahamuni Babaji non appartiene a nessuna età o paese; egli è un uomo dell'universo, che guida i destini dell'umanità in tutto il mondo verso la propria divina eredità spirituale.         

 

 
Lahiri Mahasaya
 

Lahiri Mahasaya nacque il 30 settembre 1828 da una religiosissima famiglia brahmina di antico lignaggio. Il suo luogo di nascita fu il piccolo villaggio di Ghurni, nel distretto Nadia vicino a Krishnagar, nel Bengala. Egli era l'unico figlio di Muktakashi, seconda moglie dello stimatissimo Gaur Mohan Lahiri. (La prima moglie, dopo la nascita di tre figli, era morta durante un pellegrinaggio). La madre del ragazzo morì durante l'infanzia di questi. Poco si sa di lei, eccetto che era un'ardente devota di Shiva ', designato nelle Scritture come "Re degli Yoghi".

Il piccolo Lahiri, che si chiamava Shyama Charan, trascorse i suoi primi anni nell'avita casa di Ghurni. A tre o quattro anni lo si vedeva spesso seduto nella sabbia in una certa posizione yoga, il corpo completamente nascosto, fuorché la testa. La proprietà dei Lahiri fu distrutta nell'inverno 1833 quando il vicino fiume Jalangi deviò il proprio corso, e disparve nelle profondità del Gange. Uno dei templi di Shiva fondato dai Lahiri si inabissò nel fiume con la casa avita. Un devoto salvò l'immagine di pietra del Signore Shiva dall'impeto delle acque, e la pose in un nuovo tempio, ora noto col nome di Sito del Shiva di Ghurni. Gaur Mohan Lahiri con la famiglia abbandonò Ghurni e si stabilì a Benares, dove immediatamente eresse un tempio a Shiva. Egli diresse la sua casa secondo le norme della disciplina Vedica, osservando regolarmente i riti religiosi, gli atti di carità e lo studio delle Scritture. Giusto e di mente aperta, egli non ignorava però la benefica corrente delle idee moderne.

Il ragazzo Lahiri prese lezioni collettive in indi e in urdu con un gruppo di studio a Benares. Frequentò una scuola diretta da Joy Narayan Ghosal, ricevendo istruzione in sanscrito, in bengali, in francese e in inglese. Applicandosi allo studio approfondito dei Veda, il giovane yogi ascoltava avidamente le dispute sulle Scritture tenute da colti brahmini, fra cui un pandit di Mahratta, chiamato Nag-Bhatta. Shyama Charan era un giovinetto buono, gentile e coraggioso, amato da tutti i suoi compagni. Dotato di un corpo ben proporzionato, sano e vigoroso, eccelleva nel nuoto, e in molte abilità manuali. Nel 1846 Shyama Charan Lahiri sposò Srimati Kashi Moni, figlia di Sri Debnarayan Sanyal. Vero modello di sposa indiana, Kashi Moni assolse lietamente tutti i suoi doveri di donna di casa, osservando gli obblighi tradizionali di servire ospiti e poveri. Questa unione fu benedetta da due santi figli: Tincouri e Ducouri, e da due figlie. Nel 1851, a 23 anni, Lahiri Mahasaya s'impiegò quale contabile nel Dipartimento del Genio Militare del Governo Inglese. Ottenne molte promozioni durante il suo servizio. Non solo egli era un Maestro dinanzi agli occhi di Dio, ma anche un uomo di successo nel piccolo dramma umano, nel quale sosteneva l'umile parte di lavoratore d'ufficio nel mondo. In vari periodi, Lahiri Mahasaya fu trasferito dal Genio Militare negli uffici dipendenti di Gazipur, Mirjapur, Naini 'Tal, Danapur e Benares. Dopo la morte del padre, il giovane Lahiri dovette assumersi la responsabilità di tutta la sua famiglia. Acquistò per essa una tranquilla proprietà nell'appartata località di Garudeswar Mohulla, vicino a Benares.

Fu nel suo trentatreesimo anno che Lahiri Mahasaya vide adempiersi il fine per cui era stato reincarnato sulla terra. Incontrò in quell'anno il suo grande Guru, Babaji, nei pressi dell'Himalaya, e fu da lui iniziato al Kriya Yoga. Relativamente a questo fatto si racconta che un giorno egli ricevette la notizia di un trasferimento, rivelatosi in seguito un errore, a Ranikhet, piccola località presso Nainital nell'Himalaya, a 800 chilometri dalla sua abitazione. La nuova occupazione, che consisteva nel sorvegliare i lavori e nello scrivere delle lettere, gli lasciava del tempo libero. Perciò si domandò se vi fossero dei sadhu (monaci erranti, mendicanti) in quella zona e chiese notizie ad una persona del luogo, che rispose: "Si, ce ne sono. Alla sommità della collina vivono dei sadhu che ci fanno servizi e ci curano se siamo malati. Noi portiamo a loro talvolta del cibo". Lahiri ebbe il desiderio di incontrarli. Un giorno, terminato il lavoro, si incamminò per la montagna, accompagnato da una persona del luogo che conosceva quei sentieri. Alla sommità di una collina poco elevata, questi gli indicò il luogo dove vivevano i sadhu e lasciò Lahiri, che continuò da solo la strada in montagna, con grande fatica fisica e mentale. L'oscurità stava già scendendo ed egli cominciava a preoccuparsi quando gli apparve davanti un giovane sadhu che sembrava aspettarlo. Quel giovane era in realtà il suo guru che già nella sua vita precedente si era curato del suo sviluppo spirituale, il Mahavatar Babaji, che aveva intenzionalmente causato l'errore del suo trasferimento tramite il fortissimo potere della sua mente magnetica, lo stesso che usò per attirare a sé il suo discepolo al momento che egli ritenne opportuno. (La descrizione dell'incontro tra Lahiri Mahasaya e il Suo Guru Babaji è magnificamente descritta nel libro di Paramahansa Yogananda, Autobiografia di uno Yogi, nel capitolo "Il convegno incantato sull'Himalaya"). Questo grande avvenimento non riguardò Lahiri Mahasaya soltanto, ma rappresentò un fortunato evento per tutto il genere umano. Con esso l'arte suprema dello yoga, già perduta o da lungo tempo scomparsa, veniva riportata alla luce. Da quel momento la missione di Lahiri Mahasaya consistette nella diffusione del Kriya Yoga, la millenaria tecnica di meditazione ricevuta dal suo guru. Il primo discepolo di Lahiri fu un giardiniere di Benares. In seguito, molti fedeli si recarono da lui per ricevere l'iniziazione. Lahiri accettava tutti: brahmini, kshatryas, intoccabili, musulmani, inglesi, re o maharaja, senza distinzione di casta o di appartenenza religiosa. Andò in pensione nel 1880 e visse sempre nella sua casa di Benares i successivi 15 anni. Passò la maggior parte del suo tempo in meditazione. Avvertito poco tempo prima dell'avvenimento da un messaggio che Babaji gli fece recapitare da Sri Yukteswar, entrò in mahasamadhi, la cosciente uscita dal corpo degli yogi evoluti, il 26 settembre 1895.

Come nella leggenda dei Purana, la Madre Ganga discese dal cielo alla terra per offrire all'arsura del devoto Bhagirath un divino ristoro, così nel 1861 il celeste flusso del Kriya si riversò dalle fortezze segrete dell'Himalaya nei polverosi ricoveri degli uomini.

 

 
Sri Yukteswar
 

"Il mio nome di famiglia era Priya Nath Karar. Nacqui il 10 Maggio 1855 qui a Srirampur (Serampore), dove mio padre era un facoltoso uomo d'affari. Mi lasciò la casa avita, che è ora il mio eremitaggio. La mia istruzione scolastica ufficiale fu scarsa. La trovavo lenta e superficiale. Appena adulto mi accollai le responsabilità d'un capofamiglia ed ho una figlia, ora sposata. La mia maturità fu benedetta dalla guida spirituale di Lahiri Mahasaya. Dopo la morte di mia moglie entrai nell'Ordine monastico degli Swami e ricevetti il nuovo nome di Sri Yukteswar Giri. Questa è la mia semplice biografia". Con queste parole Sri Yukteswar raccontò con poche brevi note quelli che all'epoca, attorno al 1913, erano i tratti salienti della sua vita fino a quel momento ad un giovane, Mukunda Lal Gosh, accasciato su una stuoia accanto ad una pelle di tigre, in una notte stellata presso il suo eremitaggio a Serampore, un piccolo centro periferico della città metropolitana di Calcutta.

Era figlio unico e la sua educazione scolastica ebbe luogo all'interno di una moderna scuola Inglese. Dopo avere passato gli esami di ammissione all'Università di Calcutta entrò in un college per affrontare gli studi superiori. Sebbene fosse entrato con buone valutazioni ed entro i termini di età prestabiliti questa nuova esperienza scolastica non ebbe successo a causa, paradossalmente, del desiderio del giovane studente di imparare qualsiasi cosa che gli venisse insegnata con sua piena soddisfazione anziché secondo le metodologie in uso, considerate poco approfondite dal determinato ragazzo. Terminata anticipatamente la scuola prese moglie ed ebbe una figlia. La prematura perdita della consorte lo portò a gestire una situazione familiare composta dalla madre, anch'essa vedova, e dalla piccola figliola. Fortunatamente non aveva necessità di lavorare per provvedere al sostentamento della sua famiglia in quanto i lasciti del padre erano sufficienti a portare avanti una esistenza decorosa.

Nel 1883 Priya Nath incontrò Sri Shyama Charan Lahiri Mahasaya e fu iniziato al Kriya Yoga dal grande guru. Dotato delle appropriate caratteristiche fisiche e mentali necessarie per chi vuole incamminarsi con successo lungo il sentiero dello yoga, i suoi progressi furono rapidissimi. Egli non solo fu in grado di padroneggiare il sistema della disciplina che gli fu impartita entro la fine del decennio in corso ma venne dichiarato, per volontà del suo maestro, egli stesso guru, con facoltà, quindi, di istruire altri discepoli dando loro iniziazioni formali al Kriya Yoga.

A Serampore vi erano diverse comunità missionarie Cristiane che erano molto apprezzate dalla gente del luogo per il servizio che ivi svolgevano con dedizione. Come nativo del luogo gli fu naturale entrare in contatto con alcuni missionari e diventarne amico e come conseguenza di quegli scambi culturali e religiosi fu il fatto di diventare bene avvezzo alla Sacra Bibbia ed agli insegnamenti di Gesù nonché con le usanze di vita dei cristiani. Nonostante avesse lasciato prematuramente gli studi per le motivazioni sopra esposte egli era volenteroso di istruirsi di un profondo sapere e, per mezzo di insistenti richieste al rettore del Medical College di Calcutta riuscì ad ottenere il permesso di frequentare lezioni universitarie su argomenti scientifici quali fisica, chimica, biologia, fisiologia, anatomia ed altre che erano tenute in quella scuola. Egli non aveva alcuna necessità di studiare per sostenere degli esami e conseguire la laurea in medicina ma frequentava le lezioni col solo fine di acquisire appropriate conoscenze che soddisfacessero il suo bisogno di sapere. A volte frequentava le stesse lezioni per più volte finché non sentiva di avere capito l'argomento trattato chiaramente e profondamente. Proseguì assiduamente in questo modo per circa un paio d'anni e acquisì una buona conoscenza personale di tutte le materie sopra menzionate. Priya Nath era un matematico nato; prese sempre i massimi voti in tutte le scuole che frequentò. Conseguenza di questo fu una naturale attrazione per l'astronomia e l'astrologia. In poco tempo divenne esperto di astronomia e, in tarda età, divenne anche famoso tra coloro che lo conoscevano come un ottimo astrologo.

Nel 1984, undici anni dopo che era entrato a fare parte della comunità dei Kriya Yogi e dopo essere a sua volta diventato un maestro in quest'arte, andò al Kumbha Mela, tradizionale festa indù che si tiene ogni quattro anni, che si svolgeva in quell'anno presso Allahabad. Come kriya yogi avanzato non prese parte a quella festa per guadagnare qualche esteriore virtù religiosa; il suo alto grado di evoluzione interiore lo poneva al di sopra della finalità della maggior parte dei pellegrini che affollavano quel luogo, ma era sospinto da una certa dose di curiosità. Con ogni probabilità lo straordinario magnetismo della mete di Babaji era già entrato in azione attraendo l'ancora inconsapevole futuro swami in quello che sarebbe diventato uno dei tre eventi principali della diffusione del kriya yoga nell'età moderna. Fu infatti in quell'occasione che il Mahavatar fece in modo di incontrarlo, senza farsi riconoscere come tale come sovente usava fare con le persone che decideva di incontrare, e di conferirgli "in modo informale" il titolo di Swami. Solo perché quel titolo era stato pronunciato dalla sua voce doveva essere tale (ed infatti di lì a poco Sri Yukteswar prese i voti formali dell'ordine monastico fondato molti secoli prima da Shankara il quale fu iniziato da Babaji stesso). Ma il motivo principale di quell'incontro voluto da Babaji fu quello di incaricare Priya Nath, ormai evoluto kriya yogi, a scrivere un libro in cui mostrare le reali similitudini della cultura spirituale dello yoga con quella occidentale relativa agli insegnamenti del Cristo. Incoraggiato dalle divine risa del Mahavatar davanti alle sue paure di non riuscire nell'intento, il novizio swami accettò l'incarico, chiedendo a quello che gli sembrava un incantevole, enigmatico santo se, qualora fosse riuscito pienamente nell'intento gli sarebbe stato possibile incontrarlo di nuovo, ottenendone la rassicurazione. E' questa la promessa che Babaji, pur mantenendola, non soddisfò completamente Sri Yukteswar sollevando così la sua "collera amorosa" citata più sopra, relativamente al grande Avatar.´Kaivalya Darshanam´, il titolo originale del libro, fu completato entro la fine di quell'anno; l'edizione in inglese si chiama´The Holy Science´ mentre in italiano è stata tradotta con´La Scienza Sacra´. Il giorno in cui fu scritta l'ultima pagina, verso il tramonto, Sri Yukteswar andò come era solito fare ogni giorno a fare il bagno nel fiume Ganga che scorre vicino a Serampore. Mentre stava risalendo per asciugarsi fu stupito, e col cuore pieno di gioia, di vedere il sorridente Babaji seduto sotto un albero presso la riva del fiume chiedendogli di accettare l'invito di recarsi presso la sua dimora. Il Mahavatar declinò l'invito dicendo che egli preferiva stare sotto l'albero in quanto appartenente ad una casta che viveva sotto gli alberi. A quelle parole Sri Yukteswar gli chiese di dargli il tempo di correre a casa per tornare con latte e banane per omaggiare il grande Maestro, ma quando tornò non v'era più traccia di Babaji né sotto l'albero né altrove.

Morta l'anziana madre, le comuni relazioni che legano gli uomini al mondo non poterono più vincolarlo a lungo; già vedovo, perse prematuramente anche la figlia a causa di una malattia, non prima che potesse lasciargli una nipote, che restò il suo unico vincolo di sangue al mondo. Quasi a liberarlo dai legami propri della vita sociale, questa si sposò molto presto ed andò a vivere nella casa del marito. Tutti questi cambiamenti non scalfirono la sua forte tempra; l'intima convinzione di essere stato liberato da "prarabdha", le conseguenze delle vite passate, e la sicurezza che gli davano le sue conquiste spirituali gli facevano dire che Dio lo aveva reso un sannyasi (rinunciante) in un modo molto semplice. Dal 1913 al 1920 istruì il suo discepolo Paramahansa Yogananda nella scienza del Kriya Yoga e lo preparò per quella che Babaji aveva stabilito come sua missione; l'andare in America per fare conoscere lo Yoga al mondo ed a divulgarne gli insegnamenti. Un Maestro, ossia un uomo che ha realizzato se stesso come l'anima onnipresente, e non come il corpo, o l'ego, percepisce in tutti gli uomini una sorprendente uguaglianza. L'imparzialità dei Santi è radicata nella saggezza. Essi non soggiacciono più all'influenza dei mutevoli volti di maya; né, alle simpatie, o antipatie, che confondono il giudizio dei non illuminati. Sri Yukteswar non dimostrava alcuna considerazione speciale per coloro che erano ricchi, potenti, o istruiti; e nemmeno disprezzava altri per la loro povertà, o ignoranza. Era capace di ascoltare, pieno di rispetto, parole di verità dette da un bambino e talvolta di ignorare apertamente un presuntuoso pandit. Il silenzio abituale a Sri Yukteswar proveniva dalle sue profonde percezioni dell'Infinito. Non gli restava tempo per le interminabili "rivelazioni", che occupano l'intera giornata di maestri che non hanno realizzato nulla. A causa della sua apparenza esteriore poco spettacolare, solo pochi suoi contemporanei riconobbero in lui un superuomo. Le scoperte della divina penetrazione hanno spesso un suono sgradevole alle orecchie mortali ed a causa delle sue parole schiette e taglienti il maestro non godeva di molta popolarità tra gli allievi superficiali; quelli saggi, sempre poco numerosi, lo veneravano invece profondamente. Sri Yukteswar istruì altri discepoli fino in tarda età, riservandosi di dare i kriya superiori solo a coloro che dimostravano un profondo impegno e reali progressi spirituali.

"Vieni subito all'ashram di Puri". Questo telegramma fu inviato l'8 marzo da un confratello ad Arul Chandra Roy Chowdhry, uno dei chela del Maestro a Calcutta. Seppi del messaggio, e angosciato per il suo significato implicito caddi in ginocchio e implorai Dio di risparmiare la vita del mio Guru. Mentre mi accingevo a lasciare la casa di mio padre per prendere il treno, una Voce Divina parlò dentro di me: "Non andare a Puri stasera. La tua preghiera non può essere esaudita". Con queste parole Yogananda descrive quanto accadde, durante il suo ritorno in India nel 1935-36, relativamente agli eventi che precedettero di poco il mahasamadhi di Sri Yukteswar, che avvenne il 9 marzo 1936. La sera di quello steso giorno, in treno, mentre il convoglio sbuffava procedendo verso Puri, la visione di Sri Yukteswar apparve davanti ad un angosciato passeggero: Paramahansa Yogananda. Il suo Maestro sedeva con espressione molto grave e con una luce a ogni lato. "E' tutto finito ?". Chiese Yogananda sollevando le braccia supplichevole. Egli annuì, poi lentamente scomparve. Nell'autobiografia di uno yogi è poi narrato l'episodio della resurrezione di Sri Yukteswar che incontrò nuovamente Yogananda, mentre stava per ritornare in America, per dargli illuminanti informazioni sulle sfere di esistenza dopo la morte del corpo fisico e su quella che era la sua "attività" nella nuova vita.

 

 
Paramahansa Yogananda
 

Mukunda Lal Ghosh nacque il 5 gennaio del 1893, a Gorakhpur, nel nord dell'India vicino alle montagne himalayane, secondogenito di otto fratelli. I suoi genitori erano discepoli di Lahiri Mahasaya ed educarono i loro figli con amore e senso di disciplina. Da ragazzo Paramahansaji crebbe in un relativo benessere; suo padre faceva parte dell'esecutivo di una compagnia ferroviaria indiana e guadagnava un ottimo stipendio. Benedetto da Lahiri Mahasaya quando aveva circa un anno, crescendo il giovane Mukunda andò spesso a visitare santi e maestri, imparando da loro la scienza segreta dello Yoga e traendo grande ispirazione per continuare sul sentiero spirituale. Una volta egli disse che era stato cosciente mentre si trovava nel grembo di sua madre, e in seguito ricordò le sue incarnazioni precedenti come uno yogi.

Paramahansaji incontrò il suo guru, Swami Sri Yukteswar, appena terminati gli studi al college all'età di circa 20 anni, e fino al 1920 si sottopose, pieno di ardore spirituale, ad un meticoloso addestramento sotto la sua guida. Pochissimi avrebbero potuto sopportare quella rigorosa disciplina, ma Paramahansaji non era un comune ricercatore sul sentiero. Egli era venuto per adempiere una missione specifica e il suo periodo d'addestramento sotto Sri Yukteswar, che aveva un grandissimo interesse per l'illuminazione del mondo, gli fornì il vigore necessario e le direttive per il suo lavoro. Qualche tempo dopo avere ottenuto la laurea dal college, Mukunda Lal Ghosh, a soli 21 anni, fu iniziato nell'antico ordine monastico degli Swami, fondato e riorganizzato da Shankara diversi secoli prima, e il suo nome fu cambiato in Swami Yogananda. Come Sri Yukteswar, egli divenne un membro del ramo Giri (montagna) dell'antico Ordine. Ananda significa 'beatitudine', e quindi Yogananda significa 'beatitudine attraverso lo Yoga'. Il nome Yogananda è abbastanza comune tra gli swami.

Prima di partire per l'America, Paramahansaji prese parte attiva nell'organizzazione istituita dal suo guru e fondò una scuola a Ranchi per l'educazione dei bambini. Questo progetto ebbe un buon successo e l'alto numero di ragazzi che la scuola si trovò ad avere indusse l'ancor giovane monaco, nel 1918, a fondare una istituzione con i crismi dell'ufficialità. Tutt'oggi in piena attività la Yogoda Stasanga Society of India è la controparte orientale della Self-Realization Fellowship, l'organizzazione che avrebbe poi, più tardi, fondato in America volta alla diffusione del Kriya Yoga nel mondo. Una delle caratteristiche di questa scuola era la pratica dello Yoga e della meditazione. Un giorno, mentre meditava, Paramahansaji ebbe una visione, durante la quale gli apparvero i volti di un grande numero di persone e capì che erano i discepoli che doveva poi incontrare in America. Si consideri che agli inizi del ventesimo secolo la scienza dello Yoga era nota solo a pochissime persone in America e praticamente sconosciuta in tutto l'occidente. Fu Paramahansa Yogananda il primo a portare il messaggio dei maestri dello Yoga nell'altro emisfero, facendolo conoscere in maniera pratica ad un grande pubblico. Come tutti i maestri della linea a cui apparteneva anche Yogananda ebbe il privilegio di incontrare personalmente Babaji; fu poco prima della sua partenza per il nuovo mondo. Mentre stava meditando e pregando intensamente con il fermo intento di avere la benedizione di Dio riguardo a ciò che stava per intraprendere, nella sua casa in Gurpar Road, udì un colpo alla porta. Apertola si trovò di fronte ad un giovane nella succinta veste di un rinunciante: "Babaji", pensò, poiché notò i suoi lineamenti simili a quelli di un ringiovanito Lahiri Mahasaya. Il Mahavatar rispose al suo pensiero dichiarando la sua identità e con la sua melodiosa voce espresse, in indi, la volontà del Signore affinché egli facesse quel viaggio col fine di diffondere il Kriya Yoga in tutti i paesi per contribuire a unire in armoniosa fratellanza le Nazioni attraverso la trascendente percezione personale, da parte dell'uomo, del Padre Infinito. Come sempre l'apparizione di Babaji fu fugace e, al momento di congedarsi, avvertì l'emozionato monaco di non cercare di seguirlo poiché non ne sarebbe stato capace. Incurante dell'avvertimento Yogananda provò di andargli appresso ma si accorse che i suoi piedi erano fermamente ancorati al suolo, impedendogli qualsiasi movimento. Dalla soglia della porta, Babaji, gli lanciò un ultimo, affettuoso, sguardo e sollevando la mano in gesto di benedizione se ne andò.

Partito per l'America con l'invito a parlare in una conferenza religiosa che si teneva a Boston e, grazie alla generosa assistenza finanziaria di suo padre, poté rimanere negli Stati Uniti anche dopo la conclusione della conferenza. A Boston egli accettò i suoi primi discepoli americani e cominciò a tenere delle lezioni. Ben presto si mise a viaggiare per le maggiori città, rivolgendosi a un grande pubblico. Ovunque andasse era accolto dai cittadini più importanti del posto e da influenti uomini d'affari. Durante la sua visita a Washington D.C., fu accolto alla Casa Bianca dal Presidente Calvin Coolidge. Dopo avere posto le fondamenta per il suo lavoro, Paramahansaji si stabilì a Los Angeles, in California, e con l'aiuto dei suoi discepoli acquistò una grande proprietà, che diventò il suo quartier generale internazionale e nel contempo un ashram per l'ammaestramento dei discepoli che sceglievano la vita monastica. Come già aveva fatto in India, Yogananda fondò anche in America una scuola il cui scopo era l'insegnamento e la diffusione della scienza dello yoga. La Self-Realization Fellowship, fondata nel 1920, fu definitivamente riconosciuta dalle leggi dello Stato della California quale Associazione senza fini economici e settari nel marzo del 1935 e destinata ad esistere in perpetuità. L'ideale di Paramahansaji era quello di presentare un insegnamento pratico e divulgare un messaggio sia di quantità che di qualità: quantità perché voleva raggiungere il maggior numero di persone con una filosofia utile e pratica, e qualità nel lavoro personale con un gruppo scelto di discepoli particolarmente ricettivi. Egli affermò più volte che molti dei suoi discepoli erano stati con lui già prima, in vite precedenti, ed erano ritornati per completare la loro liberazione e per assisterlo nella sua missione.

Fece ritorno in India una sola volta nel 1935-36, e fu in quell'occasione che Sri Yukteswar gli conferì l'altro titolo monastico di Paramahansa, il titolo più alto che si può dare a uno yogi. Hansa è il termine sanscrito per 'cigno'. La tradizione vedica dice che un cigno riesce a bere da un miscuglio di latte ed acqua, prendendo dalla soluzione liquida soltanto il latte. Perciò il paramahansa è un 'cigno supremo' tra gli yogi, capace di prendere dal mondo in cui vive soltanto l'essenza suprema. Al suo ritorno in America, fu offerto a Paramahansaji un ritiro-eremitaggio a Encinitas, in California, dono di uno dei suoi discepoli principali, James J. Lynn (Rajarsi Janakananda). Nella prima parte della quarta decade di questo secolo Paramahansaji fondò due chiese, una a Hollywood e l'altra a San Diego. Egli diede a ciascuna struttura il nome di 'Chiesa di Tutte le Religioni' e per parecchi anni alternò i suoi servizi domenicali tra i due posti. Dieci anni dopo sul terreno della chiesa di Hollywood fu aggiunta un'altra costruzione, mentre un nuovo tempio fu consacrato a Pacific Palisades, in California. Man mano che il suo lavoro in California progrediva, la sua organizzazione era impegnata tra l'altro a mandare per via postale lezioni di Yoga a migliaia di studenti che da varie parti del mondo ne facevano richiesta. Il suo libro 'Autobiografia di uno Yogi', pubblicato nel 1946, fece conoscere il messaggio dei maestri a migliaia e migliaia di ricercatori ed è ora pubblicato in quattordici lingue in tutto il mondo. Si calcola che più di centomila persone ricevettero da lui l'iniziazione al Kriya Yoga durante i suoi trentadue anni di ministero in Occidente. Nel 1950 Paramahansaji si ritirò dal lavoro pubblico e si appartò nel suo ritiro nel deserto vicino a Twenty-Nine Palms, in California, per scrivere un esauriente commentario sulla Bhagavad Gita. Nei mesi che precedettero il suo mahasamadhi egli informò i discepoli intimi che il suo lavoro era terminato e che pensava di andarsene. Aveva stabilito l'organizzazione su solide basi finanziarie e aveva addestrato discepoli chiave a portare avanti l'opera nel suo spirito, dimostrando in tal modo di essere un maestro del mondo materiale oltre che un maestro di Yoga. Confidò ai discepoli che sarebbe rimasto per un po' nei reami sottili, e quindi sarebbe ritornato per stare con Babaji nell'Himalaya.

Il 7 marzo 1952, dopo aver fatto un piccolo discorso in occasione di un incontro speciale di devoti e personalità rappresentative dell'India (incluso l'ambasciatore dell'India negli Stati Unìti), egli sollevò i suoi occhi e lasciò il corpo. Alcuni anni prima aveva detto ai discepoli: "Quando me ne andrò, voglio andarmene in piena attività, parlando di Dio e dei grandi maestri". Il suo desiderio è stato realizzato. Alcune settimane dopo, gli ufficiali del cimitero di Forest Lawn mandarono alla Self-Realization Fellowship una lettera legalizzata che affermava che il corpo di Paramahansaji non mostrava alcun segno di decadenza, anche se erano trascorse parecchie settimane dalla morte; in seguito il corpo fu posto in una cripta. Da tempo immemorabile gli yogi insegnano che la pratica devota dei processi del Kriya Yoga purifica e trasforma di fatto il corpo fisico. Con Paramahansaji terminò il ramo della linea di guru di cui faceva parte.

Questo grande maestro d'importanza mondiale profetizzò che dopo il suo trapasso la sua opera sarebbe cresciuta e avrebbe continuato ad esercitare una grandissima influenza per il bene dell'umanità. Ai discepoli che gli chiedevano come stabilire la sintonia tra guru e discepolo dopo il suo trapasso, egli disse: "Se mi penserete vicino io sarò vicino'.

 

Tre eventi fondamentali
 

L'Autobiografia di uno Yogi, scritta da Paramhanasa Yogananda, narra di molti eventi della sua vita personale e di altri, avvenuti anche prima della sua nascita, che riguardano i fatti che contribuirono alla riapparizione ed alla successiva propagazione del Kriya Yoga nel mondo. Considerato lo sviluppo degli eventi da una prospettiva più ampia se ne possono estrarre tre che, avvenuti in uno spazio temporale di circa mezzo secolo, possono a pieno titolo essere considerati come pietre d'angolo: il primo fu la chiamata a sé, da parte di Babaji, di Lahiri Mahasaya, per dargli l'iniziazione al Kriya Yoga e permettergli di tramandarne la scienza, il secondo fu l'incontro di Sri Yukteswar sempre con Babaji, al Kumbha Mela del 1984 ad Allahabad mentre il terzo fu quando il giovane Yogananda fece finalmente la conoscenza del suo maestro, Sri Yukteswar, nell'antica città santa di Kasi (Benares)  nel 1913. La Divina Mano di Babaji è certamente percepibile dietro lo svolgersi di questi eventi ed il loro intreccio è senza dubbio in accordo con il disegno che la mente del Mahavatar aveva in serbo per le sorti spirituali di molte persone in questo mondo. Anche se già menzionati separatamente nelle brevi note biografiche che precedono dei vari maestri, saranno riproposti sinteticamente più sotto, in ordine cronologico, per cercare di apprezzarne con ancora maggiore chiarezza la dinamica complessiva.    

 
L'iniziazione di Lahiri Mahasaya
 

Nel 1861 un dipendente del Dipartimento del Genio Militare del Governo Inglese fu trasferito a gestire un nuovo ufficio presso Ranikhet, alle pendici dell'Himalaya. Shyama Charan Lahiri, attirato dalla forte influenza mentale di Babaji, si avventurò, in uno momenti che il suo lavoro poco pressante gli lasciava liberi, sulle montagne lì attorno incuriosito dalla presenza di diversi sadhu che, secondo la gente del luogo, abitavano quei luoghi. Una volto giunto in prossimità del luogo prestabilito Babaji gli si rivelò e, fattogli ricordare il fatto di essere già stato suo guru anche nella vita precedente, lo iniziò al kriya yoga di modo che potesse raggiungere la liberazione finale. Quella straordinaria esperienza toccò profondamente il neo-discepolo Lahiri che chiese al suo maestro la possibilità di insegnare il kriya alle meritevoli anime che lo desideravano in quanto quelle conoscenze erano state privilegio, da tempi immemorabili, solo di asceti e rinuncianti che vivevano lontano dal mondo. Ottenuto il permesso,  benché sotto precise condizioni, la barriera fu rotta ed il segreto poté infine venire rivelato agli uomini, anche se erano capifamiglia e purché rispettassero le precise condizioni che il seguire quella disciplina imponeva. Di lì a poco la Mano Invisibile di Babaji cessò di avere influenza sull'evento e Shyama Charan venne a sapere che da parte del Dipartimento del Genio Militare c'era stato un errore ed il suo trasferimento non era più effettivo; poté quindi tornare a Benares, dove abitava, e impegnatosi profondamente nella pratica raggiunse le più alte vette di realizzazione spirituale. Diede l'iniziazione a moltissime persone discriminando solo sulla loro disposizione interiore senza riguardo al fatto che fossero uomini, donne, brahmini, kshatryas, intoccabili, musulmani, inglesi, re o maharaja e senza distinzione di casta o di appartenenza religiosa.      

 
Babaji incontra Sri Yukteswar
 

Il secondo evento ebbe luogo nel 1984 alla grande festa religiosa induista del Kumbha Mela che quell'anno si teneva ad Allahabad, all'incirca un anno prima che Lahiri Mahasaya sfuggisse alla gabbia del tempo e dello spazio ed abbandonasse la scena del mondo. Qui avvenne il primo incontro di Sri Yukteswar con Babaji, in una tenda lungo la riva del fiume Jumna, che assieme al Ganga ed al sotterraneo Sarasvati formano in quel luogo una triplice giunzione, il Sangam. A quel tempo Sri Yukteswar, benché avanzato discepolo di Lahiri Mahasaya, non aveva ancora indossato la veste del rinunciante e portava ancora il suo nome natio, Priya Nath Karar; era vedovo e viveva con l'anziana madre e la figlia avuta dal suo matrimonio. Durante quell'incontro il divino Babaji ispirò il suo interlocutore ad esprimere in un libro quelle che già erano le sue idee riguardo alla sostanziale identità degli insegnamenti delle Sacre Scritture Indù e Cristiane. ´Kaivalya Darshanam´, titolo originale del libro, fu completato entro la fine dello stesso anno. L'evidente intento del Mahavatar, già consapevole del suo disegno anche riguardo ad eventi futuri, era quello di rendere il messaggio del Kriya Yoga non troppo alieno e quindi accettabile alla cultura cristiana occidentale.

 
Sri Yukteswar incontra Yogananda
 

L'invisibile disegno del Mahavatar proseguì il suo corso circa diciannove anni dopo. Mukunda Lal Gosh era un infante con appena un anno di vita quando Babaji incontrò Sri Yukteswar al Kumbha Mela di Allahabad, mentre nel 1913 era un giovane ventenne. Si trovava nell'antica città santa di Kasi (Varanashi, Benares) in cerca di un maestro spirituale che potesse soddisfare la naturale aspirazione che sentiva per la vita spirituale; fin dall'infanzia si era infatti sempre sentito attratto da asceti e sadhu. Allontanatosi da casa, non appena terminato il suo corso di studi alla scuola superiore, fu proprio in quel luogo che incontrò quello che era predestinato ad essere il suo precettore spirituale. Swami Sri Yukteswar, era allora un progredito maestro del Kriya Yoga di poco meno di sessant'anni d'età e probabilmente, nella sua profonda saggezza spirituale, vide in quel giovane uomo il coronamento della volontà non dichiarata del divino Babaji Maharaji. Questo fu l'ultimo dei tre eventi che possono essere considerati fondamentali nella storia del Kriya Yoga e per la sua diffusione nel mondo. Altri fatti, primo fra tutti la partenza e l'insediamento di Paramahansa Yogananda in America restano comunque di peculiare importanza.  

 

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